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Intervista a Simone Sarasso
A volte certe interviste nascono per caso, a volte perché il proprio caporedattore decide che una chiacchierata con il parrucchiere di Vasco Rossi serve sempre. Questa intervista invece nasce da un’amicizia. Un’amicizia di nome Alessandra De Vizzi, che, recentemente, mi ha fatto conoscere una interessantissima associazione culturale di Sartirana, Il Portico. La collaborazione con questa associazione mi ha consentito di conoscere un mondo culturale vario in cui è stato dato spazio al teatro, alla musica, alla tradizione ed alla ricerca. Spaziando da rassegne di musica, incontri pubblici, musica nei cortili e presentazioni di libri. Tutto accumunato da un’unica grande passione per la cultura. L’incontro con lo scrittore Simone Sarasso scaturisce proprio da questo, dalla voglia di conoscere nuove realtà, alcune lontane e altre vicinissime. L’uscita del suo ultimo libro Settanta mi da l’occasione per una bella chiacchierata, soprattutto per mettere alla prova la mia conoscenza sugli anni definiti di piombo.
Simone Sarasso , classe '78, vive a Novara. Scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV. Ha pubblicato racconti in diverse antologie e collabora con «Carmilla», «MilanoNera Web Press», «Satisfiction», «Film TV». Ha pubblicato per Marsilio i primi due romanzi di un trittico noir sui misteri e le trame della Storia d'Italia dal dopoguerra a Tangetopoli: Confine di Stato (2007, finalista al Premio Scerbanenco) e Settanta (2009). United We Stand, futuro ideale della trilogia, è la sua prima graphic novel.
Secondo lei, l'Italia che rapporto ha con la Storia? E con la memoria storica?
L’Italia ha un rapporto viscerale con la Storia: il nostro Paese è stato al centro del mondo per secoli e le plurime dominazioni che hanno portato all’attuale configurazione nazionale testimoniano come il popolo e lo Stato italiano siano il risultato di un lungo e complesso procedimento storico. La narrazione che risponde alle domande “Chi siamo?” e “Da dove veniamo?” – la Storia d’Italia, insomma – è stata scritta da generazioni tra loro diversissime, provenienti da luoghi lontanissimi (geograficamente e culturalmente). È proprio alla luce di questa visceralità, di questa radicazione pluralista delle nostre origini, che stupisce la scarsa considerazione in cui è tenuta la memoria in questo Paese. Si pensi alle recenti polemiche contro l’immigrazione, al regime d’odio nutrito da una certa parte politica e alimentato dal suo elettorato: ma non se lo ricorda proprio nessuno che cent’anni fa venivamo trattati allo stesso modo, quando sbarcavamo a Ellis Island?
Guardi che scrivevano di noi i responsabili dell’immigrazione americana :
Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali” (…)

Relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912.

I suoi libri hanno la caratteristica di contaminare i concetti di cronaca e finzione. Come nasce questo approccio?
Siccome in Italia abbiamo questo problemino con la memoria, e certe storie oscure della Prima Repubblica non le racconta più nessuno ai ragazzi (di certo non ne parla la televisione, e non ne parlano neppure gli insegnanti di storia, che ben che vada arrivano a spiegare la seconda guerra mondiale), ho provato a pensare a un linguaggio accattivante per far giungere quelle orribili storie di stragi e abusi di potere a chi non ha l’età anagrafica per ricordarle. Utilizzo il linguaggio del cinema d’azione e della letteratura noir per raccontare il lato oscuro della Storia d’Italia. Nella speranza che sia più semplice per i miei lettori (specie quelli più giovani) capire che razza di classe dirigente ci ritroviamo da sessant’anni.
Cosa risponderebbe ad un lettore che si domandasse "Ma sarà tutto vero?"
Quasi niente è vero nei miei libri. Gliel’ho detto: scrivo romanzi ucronici, non storici. Tuttavia, la speranza è quella di mettere la pulce nell’orecchio al lettore. Quasi nessuno dei voli pindarici di fantapolitica che faccio nei miei libri è manchevole di una sponda realistica. Spero di invogliare il lettore, una volta chiuso il mio romanzo, ad andare a caccia delle peggiori storie della Prima Repubblica (godendosi saggi seri e storiograficamente documentati come Piazza Fontana di Giorgio Boatti o Bombe a inchiostro di Aldo Giannulli) e formarsi un’opinione in merito.
Oltre che a De Cataldo, mi sembra che il suo stile si avvicini anche ai lavori di Saviano. E' d'accordo?
Mica tanto. Gomorra non è un romanzo, è un oggetto narrativo più complesso, a metà tra la fiction, il reportage e la non-fiction. Gomorra a parte, Saviano ha scritto solo articoli di giornale, recentemente raccolti nel volume La bellezza e l’inferno. E qui non si scappa: siamo su un campo da gioco completamente diverso. Io scrivo romanzi ucronici (sottogenere della narrativa fantastica e fantascientifica), dal retrogusto storico, Saviano aggredisce a denti scoperti il ventre molle del Paese. Il suo lavoro è infinitamente più prezioso del mio.
Quale umanità si nasconde nel suo ultimo libro "Settanta"?
Tutta la genuina umanità italiana degli anni di piombo, farcita di alcuni curiosi, oscuri personaggi che all’epoca di Moro e Rumor calcavano il suolo patrio. C’è l’Italia che lavora, da Nord a Sud, ci sono i cortei e la passione politica, le fabbriche, le università, i commissariati di polizia e le aule di tribunale. Ma ci sono anche i golpisti, gli “uomini in nero” che organizzano stragi facendo ricadere la colpa su anarchici e comunisti, gli agenti segreti finanziati dal governo americano e quelli bolsi e indaffarati di casa nostra. C’è tutta l’Italia, dentro al mio libro. L’Italia che sogna, quella che soffre, quella che ammazza e quella che rimane sul selciato…
Quali sono i ruoli dell'identità e delle ideologie nell'Italia del 2010?
Non c’è più traccia di ideologie o identità a destra: mi pare che l’unica vera preoccupazione per la maggioranza sia la costituzione di una corte salda e riverente intorno al Premier. A sinistra, invece, nonostante gli scossoni, i tremori e le incertezze, credo che un progetto come quello del Partito Democratico costituisca un’autentica rivoluzione. Se devo essere sincero, preferivo Veltroni a Bersani, ma non si può mica aver tutto, no? Comunque ci tengo a ribadire che le ideologie hanno fatto più male che bene alla nostra povera Italia. E negli ultimi trent’anni abbiamo assistito ad un’alternanza di prevaricazioni per il dominio sulla carcassa del paese. Considerando come sono piazzate le nuove generazioni (lavori precari, sottopagati, uno stato sociale latitante e prospettive poche), direi che quella carcassa è stata spolpata per bene da un sacco di avvoltoi. Ora ci tocca ricostruire. Speriamo di essere all’altezza del compito.
Che differenze ci sono tra il suo primo libro "Confine di Stato" e il suo secondo "Settanta", e quali saranno le continuità con il suo futuro terzo romanzo?
Confine è un libro smaccatamente elloryano: è debitore in tutto e per tutto ai primi due volumi dell’American Underworld Trilogy di James Ellroy, in particolare ad American Tabloid. Settanta è molto più “decataldiano”: racconta, sostanzialmente, tre epopee criminali: una canonica, una “di Stato” e una al rovescio. I miei debito nei confronti di Romanzo criminale sono evidenti. Riguardo al terzo volume della trilogia, per il momento non mi sbottono, dato che è solo nei miei pensieri e non ho ancora iniziato a lavorarci. Dopotutto, Ellroy ci ha messo nove anni a scrivere Blood is a rover: Dopo Settanta, anch’io ho bisogno di tirare il fiato.
Quale emergenza l'ha portata a scrivere questi lavori letterari?
L’indignazione. Da appassionato di storia, mi sono avvicinato presto agli anni bui della Repubblica. Ho scavato negli archivi e successivamente ho girato per l’Italia a caccia di testimonianze relative alle peggiori storie del Paese. Dopo essere venuto in contatto con le testimonianze dei parenti delle vittime delle stragi (Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Bologna…) ho avvertito la necessita di raccontare. Affinché la memoria degli innocenti uccisi dalle bombe di Stato non andasse perduta. È scaturito così il progetto della Trilogia Sporca dell’Italia.
Che tipo di lettore e spettatore è Simone Sarasso?
Ho degli autori di culto che raramente tradisco: Ellroy, Wu Ming, De Cataldo, Genna. Ma sono aperto a nuove contaminazioni e sperimentazioni sul genere; leggo parecchi fumetti: ultimamente sto (ri)scoprendo l’opera omnia di Warren Ellis, la mente più performante degli anni Novanta insieme a Garth Ennis. Leggo e scrivo tutto il santo giorno, ma la sera non c’è verso di schiodarmi dal divano. Vado al cinema di rado, più che tutto mi nutro di serial televisivi americani. Adoro Dexter, Californication, Lost, Battlestar Galactica e reputo The Shield il miglior poliziesco di tutti i tempi.
Secondo lei è vero che in Italia non si legge?
Tre milioni di lettori contro quaranta di spettatori televisivi. Lei che dice? In Italia si scrive molto di più di quanto non si legga. Lo sa quanti sono gli “scrittori” nel nostro Paese (la stima è omnicomprensiva: va dai professionisti agli esordienti che nessuno pubblicherà mai e che intasano le caselle di posta delle case editrici coi loro manoscritti)? Su per giù cinque milioni. Contro tre soli milioni di lettori. Un bel paradosso, non trova?

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